Hai un menù lungo due facciate, o un listino con dodici pacchetti? Prima o poi qualcuno ti dice: «meno scelta, più vendite: lo hanno dimostrato con le marmellate». Quello studio esiste davvero. Ma da allora la ricerca ha complicato il quadro, e per un'attività locale la risposta utile è un'altra: dipende da chi sta scegliendo.
Cosa è successo davvero con le marmellate
Nel 2000 Sheena Iyengar e Mark Lepper hanno pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology tre esperimenti. Il più citato si è svolto da Draeger's, un supermercato di fascia alta a Menlo Park, in California. Per due sabati consecutivi, in due sessioni da cinque ore, un banco di assaggio ha esposto a ore alterne 6 oppure 24 gusti di marmellata. Chi si fermava riceveva un coupon da 1 dollaro, valido una settimana.
Secondo lo studio, dei 242 clienti passati davanti al banco da 24 gusti si è fermato il 60% (145 persone); dei 260 passati davanti al banco da 6 gusti, il 40% (104). Ma ha poi comprato circa il 30% di chi si era fermato davanti ai 6 gusti (31 persone) contro il 3% di chi si era fermato davanti ai 24 (4 persone). Per «comprato» si intende: ha usato il coupon.
Cosa questo dato non dice. È un solo negozio, in due giornate, con un solo marchio di marmellate. I 24 gusti erano tutti «esotici»: fragola e lampone, per dire, erano stati tolti apposta. E chi si ferma a un banco sceglie da sé di farlo. Gli stessi autori elencano alcuni di questi limiti nel testo.
Poi qualcuno ha rifatto i conti
Nel 2010 Benjamin Scheibehenne, Rainer Greifeneder e Peter Todd hanno raccolto gli esperimenti sul tema e li hanno messi insieme sul Journal of Consumer Research: 63 condizioni, da 50 esperimenti, per 5.036 persone in tutto. Il risultato è un effetto medio «virtualmente zero», con una grande differenza da studio a studio: in alcuni la troppa scelta peggiora le cose, in altri non cambia nulla o le migliora. Gli autori trovano alcune precondizioni, ma nessuna condizione che basti da sola a far comparire l'effetto.
La stessa pubblicazione riporta che un tentativo di ripetere lo studio delle marmellate in un supermercato tedesco non ha trovato l'effetto, e che gli studi usciti su rivista lo mostravano un po' più spesso di quelli non pubblicati. Il perimetro: esperimenti fatti tra il 2000 e il 2009, con opzioni come cioccolatini, marmellate, penne, caffè o mete di vacanza. Non sono il tuo menù e non sono il tuo listino.
Quando la scelta pesa di più
Un punto la metanalisi del 2010 lo conferma: chi ha già preferenze chiare, o conosce bene l'argomento, ci guadagna da una scelta più ampia. Una seconda metanalisi, del 2015 (Chernev, Böckenholt e Goodman, Journal of Consumer Psychology, 99 osservazioni e 7.202 partecipanti), indica quattro fattori che aumentano il sovraccarico: un compito difficile, un assortimento complesso, l'incertezza su cosa si vuole e l'obiettivo di fare meno fatica possibile. Gli autori sostengono che, tenendo conto di questi fattori, l'effetto della quantità di opzioni diventa significativo: su questo punto non sono d'accordo con la metanalisi del 2010. Il dibattito, insomma, è aperto.
Nella rassegna del 2010 compaiono anche singoli studi su altre condizioni: opzioni non raggruppate in categorie, poco tempo per decidere, tante caratteristiche da confrontare. Sono studi isolati, non regole stabilite.
Che cosa cambia per il tuo menù o listino
Quello che segue è una nostra traduzione pratica, non un risultato di quegli studi. Il punto è questo: più della quantità conta chi sta scegliendo.
- Chi sa già cosa vuole (il cliente che prende sempre la stessa pizza, chi cerca un trattamento preciso) non è disturbato da un menù ampio: spesso lo apprezza. Tagliare per paura di «troppa scelta» può farti perdere proprio i clienti fedeli.
- Chi non sa cosa vuole (il turista, il primo appuntamento, chi sceglie un abbonamento per la prima volta) è quello che rischia di restare fermo davanti a venti voci tutte uguali.
ESEMPIO inventato: una palestra con nove abbonamenti che differiscono per un dettaglio. Chi entra per la prima volta non capisce quale gli serva e dice «ci penso». Con tre formule che si distinguono per una cosa chiara (quante volte a settimana, quanto dura, cosa include) ha una cosa in meno da capire. Non è un dato: è l'ipotesi da provare.
E il numero giusto di piatti? Non esiste. Nella metanalisi del 2010 la grandezza dell'assortimento non spiegava le differenze tra gli studi: né una relazione lineare tra effetto e numero di opzioni, né una curva del tipo «prima aiuta, poi pesa» reggeva. Diffida di chi ti dà la cifra magica. Come disporre voci e prezzi sulla pagina l'abbiamo già raccontato in come impostare il menù di un ristorante: qui la domanda è un'altra, cioè quante voci dare e a chi.
Cosa fare, in quattro mosse
- Guarda chi ti sceglie. Per due settimane segna quanti clienti sono abituali e quanti nuovi, e cosa ordinano davvero.
- Raggruppa prima di tagliare. Categorie chiare e titoli che si capiscono al volo. Su un menù digitale è ancora più semplice: ne parliamo in menù digitale con QR code.
- Dai un punto di partenza a chi è indeciso. Un «lo consigliamo noi» vero, scelto da te, o una formula spiegata in una riga: chi ha le idee chiare lo ignora, chi non le ha ha un posto da cui cominciare.
- Per pacchetti e offerte, differenze nette. Se due formule si distinguono per un dettaglio, o sono una sola o vanno spiegate meglio: sul costruire un'offerta che si capisca c'è i 5 ingredienti di un'offerta irresistibile.
Poi cambia una cosa alla volta e guarda cosa succede alle ordinazioni nelle settimane dopo. Il tuo locale è l'unico esperimento che conta davvero.
Fonti
- When Choice Is Demotivating: Can One Desire Too Much of a Good Thing? (Iyengar & Lepper), Journal of Personality and Social Psychology, 79(6), 995-1006 — American Psychological Association, 2000
- Can There Ever Be Too Many Options? A Meta-Analytic Review of Choice Overload (Scheibehenne, Greifeneder & Todd), Journal of Consumer Research, 37(3), 409-425 — University of Chicago Press (copia nell'archivio dell'Università di Ginevra), 2010
- Choice overload: A conceptual review and meta-analysis (Chernev, Böckenholt & Goodman), Journal of Consumer Psychology, 25(2), 333-358 — Society for Consumer Psychology (abstract sulla pagina della Kellogg School of Management), 2015